La teoria dei segni e delle produzioni di codice oramai da mezzo secolo ha già sintetizzato le regole che distinguono i tratti specifici ricorrenti di un autore, e che ne rendono distinguibile lo stile. Nella nozione di "idioletto estetico" Umberto Eco ne fornisce la definizione. L'idioletto estetico è la regola interna che governa quel singolo testo. Un'opera d'arte (un romanzo, un film, un dipinto) non si limita a usare i codici esistenti, ma ne crea uno proprio. Funziona così: all'interno dell'opera si stabiliscono correlazioni inedite tra l'espressione (come una parola viene detta o un'immagine viene mostrata) e il contenuto, che valgono solo all'interno di quel contesto. Se lo stilema di un artista si ripete in più opere, si passa dall'idioletto testuale all'idioletto d'autore. Se questo modo di fare segno viene imitato da un intero movimento, l'idioletto si espande fino a diventare il codice di una corrente artistica.
Per le macchine che processano i meccanismi logici dei codici, questo lavoro risulta già fattibile: esse vanno istruite dall'autore e portate ad implementare tale idioletto per poi restituirlo in declinazioni, in bozze, in "semilavorati" ulteriormente suscettibili di interventi, modifiche, perfezionamenti o semplificazioni. In questa seconda fase l'artista lavora come regista, tagliando, selezionando, buttando via quello che non soddisfa l'idea del proprio progetto.
L'autore, insomma, sta sempre a monte di tutto, e nella fase finale del lavoro. Il "garzone di bottega", l'addetto al lavoro di pura manovalanza, può essere anche un algoritmo opportunamente addestrato. E questo vale anche per le opere di grafica, pittura o scultura assistite dal digitale.